Racconto – Milioni di stelle

Racconto – Milioni di stelle

Rinascita

Faceva freddo. Era buio. Jack camminava con la testa bassa sul ciglio della strada ed era completamente inzuppato. Aveva scelto un bel momento per fermarsi la macchina, pensò sarcastico. E il cellulare era scarico. Neanche nei film di serie B, accadevano quelle coincidenze patetiche. Perlomeno aveva quasi smesso di piovere. Il ciuffo spettinato gli ricadeva davanti agli occhi ambrati, offuscati perché si era concesso un bicchierino di troppo. Le mani tremavano per la frustrazione o per la sensazione degli abiti umidi incollati addosso… non lo sapeva nemmeno lui.

Aveva fallito l’ennesimo colloquio. E restare in giro a quell’ora di notte mezzo ubriaco non era certo una buona idea. Le luci di un locale gli ferirono gli occhi stanchi “Luna’s bar”. Un posto come un altro per chiedere aiuto.

La testa era confusa, faceva male tutto. Gli sembrava di essere attaccato a una parete ripida con le mani sanguinanti che si rifiutavano di mollare la presa. Se lo avesse fatto, se si fosse lasciato andare nei baratri più oscuri della sua mente…probabilmente non ne sarebbe più uscito. Sul fondo lo aspettava nient’altro che la follia.

Suo padre era un uomo di successo. Ma Jack non poteva chiedergli aiuto… non a lui! Non all’uomo che lo aveva abbandonato, che si era limitato a seguirlo staccando qualche assegno di tanto in tanto. Ora Jack aveva ventinove anni. Era umiliante non riuscire a tenersi un lavoretto per più di qualche mese. O sentirsi ripetere di non essere mai abbastanza. Non abbastanza giovane, non abbastanza qualificato, non abbastanza spigliato. Ma soprattutto non aveva abbastanza soldi per l’affitto. Come si era ridotto così? I pensieri si susseguivano ma non in modo compiuto e sensato.

Entrò con il passo malfermo nel locale caotico sperando di spegnere la testa. Chiese un telefono o perlomeno credette di farlo. A circondarlo un circo di persone bizzarre. Un barista con la giacca macchiata e una lunga cicatrice, un giocatore di biliardo con i baffi molto curati, una ragazza bellissima con un fermaglio a forma di drago.

«Ho bisogno di aiuto.» provó a dire. La ragazza col fermaglio sorrise e lo strinse in un languido abbraccio.Lo portò sul retro in una stanza che doveva essere lo sgabuzzino. Lo aiutò a togliersi i vestiti fradici e fece per avvolgerlo in una coperta. Insieme si strinsero in quella calda stoffa color lavanda. Lui lo bació o forse lei baciò lui. Jack non sapeva esattamente come fosse andata. Era solo sparito per un po’ il dolore, sostituito dalla piacevole sensazione di morbide labbra che si premevano contro le sue. I capelli lunghi di lei, gli solleticavano il petto e le gambe affusolate si attorcigliavano dietro la sua schiena.

Il giorno dopo, Jack si risvegliò frastornato. Lo copriva un lenzuolo di lino e caldi raggi di sole riscaldavano la sua pelle nuda. Il ciuffo davanti agli occhi era svanito, al suo posto c’era un ordinato taglio corto. Al suo fianco c’era la stessa ragazza: Luna. In realtà era passato ben più di un giorno, erano passati ben tre anni, realizzò Jack meravigliandosi di essersi ritrovato ancora a sognare di quella notte. Quella notte che sembrava l’inizio della fine, quando il buio inghiotte la luce. E invece si era ritrovato illuminato da milioni di stelle.
«È giorno, amore» sussurrò alla misteriosa ragazza che aveva conosciuto per caso e che gli era stata vicina negli ultimi tre anni.
Lei mugugnò infastidita e torno a dormire. In fondo il bar che Luna gestiva apriva di sera tarda, poteva permetterle di restare a poltrire ancora un po’.

Jack uscì in punta di piedi dalla stanza e apri le tende della cucina mentre metteva a fare il caffé. Avrebbe dovuto sbrigarsi se non voleva fare tardi a lavoro.

FINE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *